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Munch e le frontiere della pittura
Munch si spostò frequentemente da Oslo a Parigi e a Berlino, essendo la sua sensibilità e il suo gusto non limitati alle esperienze nazionali. Di questo suo contatto con le esperienze degli artisti europei a lui contemporanei esistono diverse testimonianze riscontrabili nelle sue opere. Per esempio, il tratto che caratterizza la sua pittura è l'inconfondibile linea curva dell'Art Nouveau, da lui depurata da leziosità e compiacimenti: nei dipinti di Munch i segni offrono descrizioni esatte, drammaticamente crude, della realtà. Inoltre, il dramma psichico che caratterizza i suoi personaggi non è solo dramma individuale, ma è anche l'incarnazione di un «sentire» cosmico del dolore; l'espressione cupa del volto, gli occhi fissi, le guance smunte, le figure spettrali non hanno un riferimento intimistico alla realtà, ma servono a rappresentare la realtà per simboli universali. Del suo dipinto più famoso, Il grido, Munch disse: «Ho sentito questo grande grido venire da tutta la natura». E in effetti il volto al centro del dipinto è una sorgente sonora nella quale si riflettono la ribellione e la pena di vivere. Nell'ambito culturale, l'argomento dell'ansia esistenziale trova diretta corrispondenza in altri artisti scandinavi come Ibsen e Strindberg, che Munch incontrò a Parigi. E sempre a Parigi, Munch incontrò Toulouse-Lautrec, dal quale fu influenzato sul piano dei mezzi espressivi (anche se gli argomenti trattati e i risultati ottenuti furono del tutto divergenti). Infatti, oltre a usare la tradizionale pittura ad olio, l'artista norvegese impiegò largamente le tecniche litografiche e ancor più quelle xilografiche, particolarmente adatte a rendere lo scarno segno e l'essenzialità del colore. La sua attività grafica è da considerarsi altrettanto importante della produzione pittorica, e raggiunge talvolta un livello qualitativo anche più elevato.
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